Analizzando il rapporto tra la
Sindone e i Templari, una delle teorie di cui occorre dar conto
collega il lenzuolo funerario al Graal. Il termine Graal deriva dal
latino medievale “gradalis” che significa vaso o recipiente per
bere. Una tradizione consolidata identifica il Graal con la coppa
usata da Cristo durante l’Ultima Cena, il che si attaglierebbe alla
rappresentazione classica dei Templari ritratti come depositari
delle principali suppellettili venute a contatto con Gesù durante la
sua esistenza. Un altro filone leggendario interpreta il Graal come
il recipiente adoperato da Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il
sangue versato da Cristo in conseguenza dei patimenti che gli furono
inflitti dai Romani durante la Passione. La prima tesi contrasta con
la considerazione di carattere culturale che riporta il concetto di
“coppa rituale” alla tradizione celtico-germanica mentre la seconda
interpretazione, che riconosce nel Graal la coppa con cui Giuseppe
d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Cristo, è coerente con le
norme contenute nei due libri del Pentateuco ebraico, il
Deuteronomio ed il Levitico, che codificano precetti riguardanti le
pratiche funerarie e che prescrivono, in particolare, di raccogliere
il sangue delle vittime di morte violenta affinché non vada
disperso. Infatti, il “sangue di vita”, per gli Ebrei, è dimora del
soffio vitale instillato da Dio nel corpo dell’uomo plasmato durante
la creazione (“Ed il Signore Dio fece l'uomo dalla polvere della
terra ed alitò un soffio vitale nel suo naso”, Genesi 2:7). La
figura di Giuseppe d’Arimatea è stata manipolata dalle varie
tradizioni che si sono succedute attorno al concetto di Graal e che
alimentarono il ciclo letterario celtico-francese sviluppatosi tra
il XII ed il XIII secolo, dando forma a poemi cavallereschi come “il
racconto del Graal” di Chrètien de Troyes. Secondo la versione
provenzale, Giuseppe (o il cognato Hebron) sarebbe sbarcato nei
pressi di Saintes-Maries-de-la-Mère, culle coste del meridione
francese, consegnando il calice ed il suo prezioso contenuto ai
sacerdoti druidici del luogo e rappresentando simbolicamente
l’incontro-innesto fra il proto-cristianesimo e le radici celtiche
della Gallia. Che il concetto di coppa rituale sia connesso alla
tradizione germanica è confermato dalla vicenda di re Alboino nella
ricostruzione offerta dall’Historia Langobardorum di Paolo Diacono.
Alboino, indossando le vesti di comandante militare e capo politico,
guidò dalla Pannonia (l’odierna Ungheria) all’Alta Italia e al
Piemonte il raggruppamento di aggregati clanici che le fonti
definiscono con il termine etnicamente qualificante di “Longobardi”,
attribuendo una precisa caratterizzazione identitaria ad un ammasso
frammentato di nuclei tribali (una “nebulosa etnica segmentata”) che
presentavano le ascendenze etniche più disparate ed erano accomunati
soltanto dall’intento predatorio e dalla sottomissione all’elemento
numericamente preponderante, che era di matrice longobarda. Basti
pensare che Agilulfo, duca di Torino acclamato rex Langobardorum nel
591 per essere stato scelto come marito dalla principessa bavara
Teodolinda, vedova del re Autari, viene menzionato da Paolo Diacono
come “Turingio de Taurino” alludendo al fatto che la maggioranza
delle fare longobarde stanziate in area torinese era composta da
Turingi. Prima di incamminarsi verso Occidente, Alboino guerreggiò
contro i Gepidi piegando la resistenza del rivale, il re Cunimondo,
e invaghendosi della figlia Rosamunda che decise di prendere in
moglie. Stando alla versione ufficiale, deformata dai ricami
leggendari, Alboino contravvenne alle consuetudini che reggevano da
tempo immemorabile il vivere comune presso i Longobardi e costrinse
Rosamunda a brindare usando come calice il cranio del padre,
svuotato dalle parti molli affinché prendesse la forma e la funzione
di una coppa rituale. Era pratica comune presso i Germani che il
sovrano vittorioso si impadronisse della testa del rivale sconfitto
ostentandola come trofeo e trasformandone il cranio, intagliato e
lavorato, in una coppa con cui banchettare. Il senso sotteso al
macabro gesto è chiaramente decifrabile dato che si fondava sulla
credenza che certe qualità appartenute al defunto, l’attitudine al
comando, il carisma personale ed il prestigio politico, unitamente
alla forza fisica, si trasmettessero materialmente alla controparte
vittoriosa attraverso l’atto simbolico del bere usando come calice
il cranio dell’avversario. In questo modo, si sarebbe realizzato un
travaso di energia dall’uno all’altro ed il vincitore avrebbe tratto
da quell’assorbimento di forza vitale la legittimazione
all’esercizio del comando sulla popolazione sottomessa. Alboino,
però, infranse il codice comportamentale al quale si sarebbe dovuto
attenere obbligando la moglie a compiere in vece sua l’insano gesto
di maneggiare il cranio del padre ed esponendosi alla vendetta di
Rosamunda che, nel 572, congiurò contro di lui progettandone
l’assassinio in combutta con l’amante.
La scrittrice statunitense Margareth Starbird, accantonando
l’interpretazione classica che accosta il Graal al calice usato da
Cristo, propone una lettura diversa scindendo il termine completo
che definisce la coppa, “Sangraal”, nel francese antico “Sang Raal”
che significa “sangue reale”. La tesi linguistica allude alla
letteratura encomiastica formatasi attorno alle origini della
monarchia francese con il proposito di giustificare la pretesa di
superiorità che il re di Francia, il Re Cristianissimo, vantava nei
confronti degli altri sovrani cristiani d’Europa sostenendo la
derivazione diretta del lignaggio merovingio, cui appartenevano i
primi re Franchi, dalla stirpe regale ebraica di David, padre di
Salomone. Il sangue di re David sarebbe stato portato in Francia da
Maria Maddalena, la donna che asperse Gesù di unguenti profumati
prefigurandone la fine. La fantasiosa ipotesi non trova l’appoggio
del sindonologo torinese Baima Bollone che ha prospettato come
plausibile l’identificazione del Graal con la cassetta reliquiario
che avrebbe protetto la Sindone dalla tante avversità affrontate
durante i viaggi, consentendone la conservazione. Bollone si
inserisce così nel filone di pensiero che fa risalire ai monaci del
Tempio il possesso del telo sindonico nel periodo di tempo compreso
tra la data del secondo sacco di Bisanzio (12-15 aprile 1204) e la
metà del Trecento, quando è attestata l’esposizione del lenzuolo
all’interno della collegiata di Lirey, nella regione francese della
Champagne. Come appiglio probatorio di questa tesi è stata addotto
il ritrovamento di un pannello ligneo intagliato e dipinto, datato
al 1280, che è riaffiorato dalle macerie della contro-soffittatura
di un cottage, parte integrante della mansio templare inglese di
Templecombe, colpito dallo scoppio di un ordigno esplosivo durante
la seconda guerra mondiale. Templecombe (da “Comba Templariorum”,
letteralmente valle dei Templari – da segnalare è la coincidenza con
il vocabolo piemontese “còmba”, ricalcato sulla radice di un termine
celtico, che significa avvallamento) è una cittadina del Somerset,
antica sede di un priorato templare.
Il pannello rivela l’appartenenza all’ambito templare
nell’esibizione di un repertorio iconografico che riflette
l’impronta del Tempio, come la cornice a quadrifoglio, ma l’elemento
chiave che ha attribuito alla lastra lignea il valore di indizio
probatorio capace di attestare il possibile transito sindonico nelle
mani dei Templari è rappresentato dall’effige umana che compare
tratteggiata da mano inesperta sulla superficie del pannello. I
tratti somatici del volto, malgrado la fattura grossolana e i
contorni delineati con approssimazione, sembrano ricalcare i
lineamenti facciali dell’immagine sindonica torinese. Inoltre, si
sono riscontrate tracce che indicherebbero l’installazione di una
serratura, probabilmente montata per richiudere la cassetta, e tale
constatazione avvalora ulteriormente la tesi di chi interpreta il
pannello di Templecombe come l’anta di un reliquiario ligneo
fabbricato in ambito templare per la conservazione di una reliquia
importante, legata alla figura di Cristo, che non è inverosimile
identificare con la Sindone, forse ripiegata in otto parti o quattro
doppi (tetradìplon), coerentemente con la tecnica di conservazione
descritta dalle fonti che permetteva di esporre alla vista dei
fedeli soltanto il viso.
Un’altra notazione rafforza l’impianto probatorio: Templecombe non
dista molte miglia dalla fortezza-prigione dove fu incarcerato, nel
1342 e nel 1351, il nobile francese Goffredo di Charny, dopo essere
stato catturato in battaglia dagli Inglesi. Charny è segnalato dai
dati in nostro possesso come proprietario del telo sindonico almeno
a partire dal 1353, anche se permane l’incertezza riguardo alle
modalità attraverso le quali la Sindone sarebbe pervenuta a lui,
forse attraverso la moglie Jeanne de Vergy (discendente di quell’Othon
de la Roche, duca d’Atene, accusato del trafugamento della Sindone
dalla chiesa di Bisanzio dov’era periodicamente esposta ai fedeli) o
forse tramite vie traverse, acquisizioni sul mercato clandestino
delle reliquie o contatti non acclarati con la nomenclatura
templare.
La lettura sindonica del pannello di Templecombe, se confermata,
rafforzerebbe la posizione di chi identifica il Graal con la
cassetta reliquiario della Sindone, inserendosi nel filone
tradizionale che rappresenta i Templari come scopritori e
conservatori di reliquie, soprattutto di quelle che documentano la
realtà del passaggio terreno di Cristo. Inoltre, dall’analisi del
contesto storico si evince un altro elemento che concorre a
chiarificare il quadro: tra le accuse fabbricate ad arte contro i
Templari dalla commissione d’inchiesta insediata per volere di
Filippo IV il Bello, risalta per la gravità dell’addebito la notizia
di pratiche idolatriche tributate dai monaci all’indirizzo di una
misteriosa rappresentazione icastica nota come “Bafometto”. Accanto
ai numerosi passaggi estratti dalle carte processuali per
ricostruire l’esatta natura di questo idolo barbuto che compariva
come presunto protagonista di riti misteriosi celebrati dai monaci
nel segreto delle loro mansiones, emerge per rilevanza l’opinione
espressa da coloro che accusavano i Templari non soltanto d’essersi
accostati all’Islam, recependo pratiche “esotiche” come l’abitudine
di pregare chinandosi sino a toccare terra con la fronte, ma anche
di aver formato un circolo di adoratori del diavolo, il gran
separatore (dal greco “diaballein”, separare) che boicotta con ogni
sorta di macchinazione il piano salvifico voluto da Dio per l’uomo.
Il Bafometto è stato letto, nel contesto di quest’accusa, come prova
del satanesimo templare. Infatti, non si sarebbe trattato d’altro
che di una rappresentazione, magari un po’ caricaturale, delle
fattezze del demonio, al quale si indirizzavano pratiche cultuali
all’interno del Tempio. Si tenga conto che, per la Chiesa delle
origini, erano soltanto tre i peccati che compromettevano la
salvezza individuale: l’omicidio, l’adulterio e l’apostasia, cioè
l’abiura della fede cristiana, che si poteva manifestare anche
nell’indulgere a pratiche idolatriche. L’idolatria, inoltre, era
considerata dai Padri della Chiesa come una forma di demonolatria
perché l’idolo, cioè la rappresentazione concreta dell’astratto
numen pagano, era concepito come una forma di mascheramento usata
dal diavolo per convogliare su di sé le attenzioni del fedele,
distogliendolo dalla contemplazione di Dio. Decisivo nel condannare
l’idolatria fu l’episodio biblico del vitello d’oro, fabbricato dal
popolo d’Israele che tradì la fiducia di Dio approfittando
dell’assenza di Mosé. Tributare culto ad un idolo significava non
soltanto esporsi al rischio della dannazione eterna e alle sanzioni
penitenziali comminate ai colpevoli dalla Chiesa ma anche permettere
al diavolo di impossessarsi della propria anima, rendendo
indispensabile sottoporre la persona che era caduta nella trappola
ordita dal demonio a pratiche di carattere esorcistico volte a
liberarne il corpo dalla possessione. Dunque, aldilà della
rappresentazione del Bafometto come maschera del demonio, come testa
di donna o come idolo barbuto, il merito della condanna inflitta ai
Templari non mutava: erano demonolatri perché adoravano un idolo. E’
ovvio che il significato del Bafometto sia stato travisato dagli
avversari del Tempio, come è stato acclarato dai ricercatori, oggi
propensi a considerarlo come una delle tante reliquia di cui i
monaci si appropriarono durante la permanenza in Terrasanta (Centini
ritiene probabile la sua identificazione con il teschio di Santa
Eufemia). Proprio il presunto legame che s’instaurò tra i Templari e
la Sindone potrebbe aiutarci ad interpretare la reale natura del
Bafometto. Infatti, non è inverosimile pensare che il Bafometto
fosse la rappresentazione di un viso umano, maliziosamente scambiato
dai detrattori del Tempio per un idolo, ma in realtà identificabile
con un’immagine acheropita, cioè non fatta da mano umana, del
Cristo. Se questa intuizione fosse confermata, si potrebbe
concludere favorevolmente alla identificazione del Bafometto con la
Sindone torinese. La relazione tra la Sindone, il Bafometto e la
cassetta reliquiario di Templecombe potrebbe trovare un momento di
sintesi e di conferma proprio a Torino, se si interpretasse la
statua della Carità (o della Religione) che sorge dirimpetto la
chiesa della Gran Madre di Dio, sul lato destro della scalinata
antistante il tempio supponendo di discenderla o sul lato sinistro
supponendo di fronteggiare il prospetto principale dell’edificio,
come un concentrato di segni di non facile decifrazione che
sarebbero stati sistemati in quel punto per indicare al sapiente,
desideroso di scoprire il nascondiglio del Graal, il cammino da
intraprendere per raggiungere la meta, sia che si tratti di un
oggetto tangibile sia che si tratti di uno stadio superiore di
conoscenza. Nessuno ha ancora appurato se sia lo sguardo della
statua, fisso sull’orizzonte definito dalla cornice maestosa della
catena alpina, o l’atteggiarsi della figura femminile, che è la
personificazione della Carità, a fornire indizi sul tragitto da
intraprendere per ritrovare il Graal ma l’idea che Torino possa
accogliere anche questo importante segno legato alla vita di Cristo,
oltre a quella Sindone che lo avvolse cadavere, assistendo alla sua
Resurrezione, non è priva di fondamento razionale. Ciò che è sacro e
che attiene alla sfera divina è “fascinans et tremendus”,
affascinante e tremendo nello
stesso tempo. La statua sorregge con
la mano sinistra un calice mentre il ginocchio destro sostiene il
peso di un libro aperto, che potrebbe simboleggiare la ricerca
incessante della conoscenza. Il percorso mostrato dallo sguardo
enigmatico della statua potrebbe non essere un tragitto concreto,
che si snoda tra le vie e i corsi della capitale sabauda, alla
ricerca di un luogo fisico dove un oggetto tangibile sia stato
occultato da una mano misteriosa, ma potrebbe segnalare un
itinerario spirituale, che travalica la concretezza dell’hic et nunc
e che conduce alla sapienza, intesa o in senso teologico come
capacità di elevarsi verso Dio o in senso pratico come capacità di
vivere bene, applicando le regole del buon senso. Lo sguardo
imperturbabile della statua, chiuso nell’orizzonte enigmatico della
città sabauda, potrebbe indicare che la ricerca del Graal, inteso
non come oggetto ma come fonte della sapienza, non è basata
sull’applicazione meccanica di regole prestabilite che disegnano un
percorso già tracciato, ma che è concessa a ciascuno di noi la
libertà e la capacità di costruire il proprio personale itinerario
verso la conoscenza.
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